Per molti è solo una scusa gentile per rimandare un incontro; per chi vive un disturbo del comportamento alimentare (DCA), può essere un modo per sottrarsi a un momento difficile, carico di ansia e di fatica.
Dietro i disturbi alimentari non c’è mai soltanto il cibo. C’è un dolore silenzioso, un corpo che diventa terreno di lotta, un’identità che si misura con la paura di non essere mai abbastanza.
I DCA (anoressia nervosa, bulimia nervosa, binge eating disorder e forme miste) sono oggi in aumento, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti, ma non risparmiano nemmeno gli adulti. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia si stimano 3,5 milioni di persone coinvolte, pari a circa il 6% della popolazione. L’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù ha registrato dal 2019 a oggi un incremento del 64% dei nuovi casi; a livello nazionale l’aumento è stato del 35%. Colpiscono soprattutto le ragazze (8-10%), ma anche i ragazzi non ne sono immuni (0,5-1%). Sempre più spesso, l’esordio avviene già in prima adolescenza.
Come riconoscere un DCA
Non sempre i segnali sono visibili a occhio nudo, ma alcuni comportamenti possono rappresentare campanelli d’allarme:
-Preoccupazione costante per peso, calorie, porzioni e aspetto fisico;
-Restrizioni alimentari rigide o digiuni frequenti;
-Abbuffate in solitudine con sensazione di perdita di controllo;
-Vomito autoindotto, uso di lassativi/diuretici, esercizio fisico compulsivo;
-Percezione distorta del corpo e forte senso di colpa dopo i pasti;
-Cambiamenti repentini di peso o oscillazioni marcate;
-Impatto sul rendimento scolastico/lavorativo e isolamento sociale.
Cosa fare se un tuo caro soffre di DCA
Sapere come muoversi può fare la differenza. Alcuni passi possibili:
1. Informarsi: conoscere cosa sono i DCA e sfatare i falsi miti.
2. Parlare con empatia: scegliere un momento tranquillo, senza giudizi né rimproveri. Frasi come “Mi preoccupa per te…” o “Sono qui se vuoi parlarne” aprono più porte di quanto sembri.
1. Accettare i propri limiti: non sostituirsi a un terapeuta; è un percorso che richiede una cura professionale multidisciplinare
2. Suggerire alla persona di rivolgersi nel Centri per Disturbi del Comportamento Alimentare sul territorio. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un atto di coraggio. Non c’è un giorno “giusto” per iniziare: ogni giorno può esserlo.
“Vi raggiungo dopo pranzo” può allora diventare non più un modo per allontanarsi, ma un punto di partenza. Perché arriverà il momento in cui il pranzo non sarà più un ostacolo, ma un ponte: un luogo di incontro, di relazione, di vita.
E quel giorno, chi oggi si sente escluso potrà finalmente dire, con un sorriso diverso:
“Eccomi, ci sono. Sono con voi.”
