A volte il dolore smette di essere un sintomo e diventa una parte fondamentale dell’identità

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“Dottoressa, io non voglio essere felice”

Parto da una frase che il mio caro G. mi ha detto l’altra mattina.

Ci sono pazienti che non stanno bene, ma nemmeno riescono davvero a immaginarsi diversi.

Non perché non lo desiderino.
Non perché non soffrano abbastanza.
Ma perché, paradossalmente, quella sofferenza è diventata casa.

Il dolore come identità

In alcune storie di vita, il dolore non è solo un’esperienza: è una struttura.

Crescere in contesti instabili, imprevedibili o emotivamente trascuranti porta spesso a sviluppare un senso di sé organizzato attorno alla fatica, all’insicurezza, alla mancanza.
Non si tratta solo di “ricordi difficili”, ma di un modo di stare al mondo.

Così, quando qualcosa cambia — una relazione stabile, un lavoro meno stressante, una fase di vita più tranquilla — invece di emergere sollievo, può comparire inquietudine.

Il paradosso: stare meglio può spaventare

Stare meglio implica una rottura.

  • Rottura con l’immagine di sé costruita nel tempo
  • Rottura con le dinamiche familiari interiorizzate
  • Rottura con ciò che, pur doloroso, è conosciuto

E ciò che è sconosciuto, anche se potenzialmente più sano, può essere vissuto come pericoloso.

Meglio una sofferenza nota che un benessere incerto.

Restare fedeli al passato

In terapia emerge spesso una lealtà silenziosa verso la propria storia.

Continuare a stare male diventa, in modo inconsapevole, un modo per:

  • restare legati alle proprie origini
  • non “superare” chi non ce l’ha fatta
  • mantenere una coerenza interna

Cambiare significherebbe anche riconoscere quanto si è sofferto.
E questo, a volte, è il passaggio più difficile.

Il lavoro terapeutico: costruire uno spazio nuovo

Il punto non è “convincere” il paziente a stare meglio.
Sarebbe inutile, e anche violento.

Il lavoro è più sottile.

Si tratta di:

  • dare senso alla funzione della sofferenza
  • riconoscere il valore adattivo che ha avuto
  • accompagnare gradualmente verso esperienze emotive nuove
  • costruire un’identità che non sia fondata solo sul dolore

E soprattutto: rendere il benessere pensabile.

Imparare a restare… anche quando si sta meglio

Per alcuni pazienti, la vera sfida non è tollerare il dolore.

È tollerare il benessere.

Restare in una relazione che funziona.
Restare in una fase di vita più stabile.
Restare in una sensazione di calma senza sabotarla.

È un apprendimento lento, fatto di micro-passaggi.

Una domanda che pongo ai miei pazienti

“Cosa succederebbe se davvero stessi meglio?”

Non per cercare una risposta immediata.
Ma per aprire uno spazio di pensiero.

Perché, a volte, il problema non è solo uscire dalla sofferenza.
È permetterselo. E’ meritarselo.

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